domenica 4 dicembre 2022

IL CADAVERINO DI CORSO VICO E L'ATROCE MISTERO DEL MARZO 1910.

Testo e ricerca storica di Marco Atzeni (fonti documentali: Archivio di Stato SS e Biblioteca Comunale SS).


Erano le sette e trenta del primo marzo 1910 e tra uno sbadiglio e l'altro il lampionaio Salvatore Piras percorreva corso Vico per andare al lavoro. Mentre transitava, notò tre ragazzetti affacciati alla lunga ringhiera che all'epoca divideva il viale dai terreni annessi al gasometro, proprio dove lui si stava recando. Qualche metro più giù, in mezzo alle erbacce, sembrava infatti giacere un fagotto bianco inzuppato di sangue. Forse qualcuno s'era divertito a torturare un cagnolino e a disfarsene. Signor Salvatore scavalcò, andò a controllare e aperto il fagotto gli si bloccò il respiro. Era il cadaverino tumefatto di un neonato, con il cordone ombelicale attaccato. Il dottor Giomaria Sotgia fu incaricato dell'autopsia e allargando le braccia confermò agli inquirenti che quella morte non aveva niente di naturale. Il bebè aveva poche ore e profonde contusioni alla testolina e al collo ne avevano causato il decesso.

Chi, e perché, aveva ucciso un innocente appena venuto alla luce? Il sessantenne commissario Nunzio Macaluso sguinzagliò i suoi collaboratori nelle vie circostanti la zona del ritrovamento. Dopo alcuni giorni, mentre qualcuno sosteneva che girasse un mostro che strappava i neonati dal ventre delle madri, gli agenti in borghese si recarono di buona mattina in corso Trinità e, imboccato il vicolo chiuso B, picchiettarono alla porta di un misero magazzino adattato ad abitazione. Aprì una ventenne di nome Giuseppina, che sbiancando ammise d'aver partorito da poco. Gli agenti la condussero in caserma e le chiesero maggiori spiegazioni. Lei tremolante raccontò di sbarcare il lunario come donna di servizio in via Carmelo, nella dimora di signora Schiappacasse. La padrona di casa riceveva le visite d'un giovane nipote odontoiatra, il cui nome era Antonino, e questi aveva posato gli occhi proprio sulla domestica Giuseppina. La ragazza aveva accettato l'invito dell'uomo per una serie di controlli ai denti e quegli abboccamenti avevano portato scottante risultato, poiché lei era rimasta incinta. Ogni illusione della povera domestica svanì però presto, poiché Antonino, appresa la notizia, se l'era data a gambe.

Giuseppina, sola e umiliata, aveva così nascosto la gravidanza comprimendosi il ventre con gonnelle strette e dolorose, finché, nove mesi dopo, il giorno in cui le fitte si fecero fortissime, non era andata a lavorare e in quel sottano del vicolo chiuso B, dove viveva in affitto con i genitori, aveva partorito con le lacrime agli occhi il suo neonato illegittimo. Gli agenti, immersi nel fumo di sigaro, la pressarono sulla fine che avesse fatto quella creaturina e lei crollò: il piccolo era stato immediatamente colpito al capo e soffocato. Il commissario però non credeva che una donna giovanissima, per giunta stravolta dal parto, avesse avuto il fegato di macchiarsi d'un tal gesto e nella vicenda sbucò il personaggio finale: la mamma di lei, signora Mariantonia, che aveva contribuito in modo decisivo all'uccisione di quel nipotino indesiderato. La donna, arrestata in un oliveto a Piandanna, dove lavorava alla giornata, confermò l'accaduto confessando inoltre d'esser stata lei ad avvolgere il corpicino in un lenzuolo e d'averlo nascosto sotto lo scialle nel breve tragitto a piedi da corso Trinità sino al terreno del gasometro, dove l'aveva gettato a notte fonda per poi tornarsene a dormire.

Il caso era chiuso: Mariantonia e sua figlia Giuseppina, il cui secondo nome era Anatolia, vennero condotte in via Roma e rinchiuse in una cella del braccio femminile di san Sebastiano con l'accusa di infanticidio e occultamento di cadavere. Rimasero agli arresti per tutta l'estate e a Novembre si svolse il processo nelle eleganti sale della Corte d'Assise. Le imputate, però, rispetto al momento dell'arresto, erano ora assistite da diversi avvocatidi cui ben tre a tutela di Giuseppina, tra i quali spiccava un trentenne Lare Marghinotti a inizio carriera (gli altri erano Piero Campus e Giuseppe Abozzi), mentre Giovanni Zirulia assisteva Mariantonia. La difesa fu prestata pro bono poiché le accusate vivevano in miseria ed erano analfabete. Le due ritrattarono le confessioni, dichiarando che il parto era avvenuto in piedi, che il neonato era morto sbattendo la testa sul pavimento perché Giuseppina era svenuta con lui ancora attaccato e i segni sul collo erano dovuti al fatto che Mariantonia aveva provato a rianimarlo. Sorvolarono però sul perché l'avessero dunque gettato via. L'avvocato Marghinotti la fece breve, invocando l'assoluzione per infermità mentale. La corte si riunì e il giudice Giovanni Antonio Sanna Camerada si alzò in piedi per leggere con voce stentorea la sentenza che sanciva che Giuseppina e Mariantonia erano da rimettere in libertà perché ritenute non colpevoli. Dai banchi del pubblico (rientrato solo per la lettura, visto che il dibattimento si svolse a porte chiuse perché pericoloso per la morale) scrosciarono gli applausi dei fratelli e delle sorelle di Giuseppina e del padre-marito delle assolte, che si chiamava Giovanni Antonio. La famiglia si abbracciò, se ne tornò a pranzare al misero magazzino del vicolo chiuso B e Sassari dimenticò in fretta il tutto.

Quella sentenza vecchia d'un secolo, oggi risulta assurda, ma è necessaria una chiave di lettura. Una giovane che partoriva un figlio da una relazione fugace veniva posta ai margini della società assieme al suo bambino e nessun altro uomo avrebbe mai accettato di sposare un'impura facendosi carico del figlio di nessuno. Per tal motivo, gli orfanotrofi a Sassari traboccavano di neonati illegittimi e a volte alcune donne lavavano la vergogna con la collaborazione di un familiare, organizzando un infanticidio salva onore che persino la legge trovava la via di scusare. Pertanto, per quanto riguarda Giuseppina, l'epilogo della vicenda narra che un pugno d'anni dopo poté sposarsi con un uomo di nome Edoardo e con lui fece famiglia. Chissà quante volte, però, nel silenzio della notte, le tornò alla mente il vagito del suo primo neonato, morto senza nome, che aveva dovuto sacrificare per evitargli una vita più misera di quella che lei già aveva.

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Il quotidiano "La Nuova Sardegna" seguì l'infanticidio con alcuni trafiletti che tenevano aggiornata la popolazione sassarese sull'evolversi delle indagini. All'epoca non si risparmiavano dettagli macabri che oggi verrebbero ritenuti di cattivo gusto. (fonte: Biblioteca Comunale SS).

Il frontespizio del corposo verbale del processo a carico di Giuseppina S. e Mariantonia M. L'accusa era di infanticidio "mediante soffocazione e percosse" per "salvare l'onore". Si tenga in considerazione che in questa ricerca i cognomi delle persone coinvolte non sono riportati per rispetto. (fonte: Archivio di Stato di SS, Corte d'Assise 1910, busta 200, fasc. 3, proc. 13/1910 - concessione Ministero della Cultura)

Il vicolo chiuso B di corso Trinità, dal quale la 58enne signora Mariantonia uscì la notte del 28 febbraio 1910 nascondendo il cadaverino che sarebbe stato ritrovato in corso Vico la mattina dopo, 1 marzo. Le imputate risiedevano lì perché il capofamiglia, essendo acquaiuolo, si recava ogni giorno alla vicina fontana del Rosello. È impossibile sapere quale fosse l'abitazione precisa perché il vicolo non aveva i numeri civici.

Dove all'epoca vi era il terreno incolto (annesso al gasometro) in cui fu gettato il cadaverino, oggi vi è uno spiazzo. La ringhiera che evitava che i passanti rotolassero giù da corso Vico è ancora intatta, ma nascosta da una palizzata.

Corso Vico oggi. La palizzata separa la strada dal dislivello degli ex terreni del gasometro, il cui stabile in rovina si intravede in lontananza proprio dietro. Nella foto storica a inizio articolo si apprezza invece corso Vico con i bagolari ancora piccoli e si può capire l'ambientazione all'epoca del fatto.

Il dispositivo della sentenza con cui il giudice Sanna Camerada dichiarò "assolte le accusate S. Giuseppina e M. Mariantonia" ordinando che fossero "immediatamente poste in libertà". (fonte: Archivio di Stato di SS, Corte d'Assise 1910, busta 200, fasc. 3, proc. 13/1910 - concessione Ministero della Cultura)









*** Questa ricerca storica ha richiesto tanto impegno e tempo. Per scopi divulgativi si può riprodurne in parte il testo, citando obbligatoriamente me ed il mio blog come fonte (anche qualora ne cambiassi le parole utilizzandone però le informazioni). Per scopi commerciali (libri, pubblicazioni etc.) è necessario chiedermi preventivamente il permesso a sassariantica@gmail.com - Grazie per la lettura. ***

domenica 9 ottobre 2022

IL PALAZZO DI PIAZZA D'ARMI 22 A SASSARI E L'ORRIBILE TRAGEDIA DEL SETTEMBRE 1890.

Testo e ricerca storica di Marco Atzeni (fonti documentali: Archivio Storico Comunale, Archivio di Stato, Biblioteca Comunale, Stato Civile).

Palazzo Antonio Manconi in piazza d'Armi a Sassari

Esiste una suggestiva foto d'inizio '900 che immortala dall'alto l'allora piazza d'Armi nel giorno di una parata militare. L'osservatore viene colpito dall'area immensa in primo piano e dalla villa Mimosa in costruzione sullo sfondo (all'angolo sinistro). Pochi notano un particolare che ha tanto da raccontare: il palazzo sul lato destro, fatto edificare dal sassarese Antonio Alberto Manconi una ventina d'anni prima rispetto allo scattoSignor Antonio, noto come "l'orefice", aveva fatto fortuna col commercio di gioielli e orologi e, grazie alla mania per il risparmio, era divenuto uno dei più noti possidenti di Sassari.

Nel 1888, quando fu terminato il suo palazzo di piazza d'Armi, Manconi s’avviava verso i 60 anni. Ci si trasferì con la graziosa Adelina Diana, una scaltra signorina dedita al cucito e assai più giovane di lui. Si tenga in considerazione che il Manconi s'era sposato con la signora Maria Mura che però morì a 49 anni nel 1886, lasciandolo vedovo proprio agli albori della costruzione della nuova casa. La relazione tra Antonio Manconi e l'amante Adelina era forse precedente alla morte della di lui moglie, ma venne alla luce dopo la vedovanza. Tra l'altro, il matrimonio non lo aveva reso padre, mentre, a complicare le cose, da una vecchia relazione con tal Mariangela Pintus, il Manconi aveva avuto due figlie illegittime, Carmina e Annetta, ora divenute donne, che lui riconobbe e alle quali, sebbene senza eccessi, non faceva mancare il sostentamento, avendole anche messe a gratuita dimora in una sua proprietà di via Maddalenedda. La convivente Adelina, dal canto suo, visto che l'uomo non aveva più una consorte, voleva a tutti i costi esser da lui sposata, ma il baffuto Antonio non aveva intenzione né di portarla all'altare né di renderla unica erede dell'ambito patrimonio, anzi iniziava a stufarsi della petulanza della giovane. Adelina non demordeva e la convivenza al palazzo sortì l'effetto di tendere il rapporto.

Quando Manconi rientrava nella sua nuova casa, si teneva la testa tra le mani. Già occupato dalla gestione delle proprietà, si trovava anche a pensare a quell'amante pressante che lui non desiderava più, a una famiglia illegittima da continuare a foraggiare e alla recente vedovanza, il tutto con l'angoscia per la mancanza d'un erede maschio cui delegare gli affari. La lava ribollì per un altro paio d'anni, finché il 26 Settembre 1890 una notizia ferale congelò Sassari. Al piano nobile di casa Manconi, Adelina e signor Antonio erano morti. Un colpo di fucile per entrambi. La trentasettenne colpita al petto, lui alla testa. L'ispettore, il procuratore del re e il giudice istruttore si fecero largo tra i curiosi che sostavano davanti al portone in piazza d'Armi e non fu difficile ricostruire l'accaduto, anche perché la domestica algherese aveva assistito inorridita alla scena. Era mezzogiorno e trenta e Antonio Manconi era tornato a casa per pranzo, scuro in volto, aveva avuto un ennesimo diverbio con Adelina e in corridoio aveva freddato la poveretta con la carabina Remington. Chiusosi in camera e seduto sul letto, s'era poi poggiato alla fronte la canna ancora calda. Palazzo Manconi era già diventato un immobile maledetto.

Nessuno si capacitava di quella violenza sproporzionata, Antonio avrebbe potuto limitarsi ad allontanare l'Adelina, non dovendole nulla. Di certo, non fu un raptus. Nel cuore di quella mattina disgraziata, infatti, lui era andato in via Maddalenedda dalle due figlie illegittime. Lasciò loro una busta contenente una somma di denaro e un foglio in cui le designava usufruttuarie perenni della casa in cui abitavano, così nessuno le avrebbe potute cacciare. Poi si voltò dicendo "Babbo parte per un lungo viaggio". Pur essendo uno degli uomini più rispettati di Sassari, la chiesa negò il funerale alla bara dell'omicida-suicida, invece Adelina ricevette la cerimonia, alla quale parteciparono straziati i genitori e le sorelle, sebbene le lingue lunghe continuarono a criticarla anche da morta. Il clamore cittadino per la vicenda portò persino alla stampa di un libello edito dalla Dessì, oggi introvabile, intitolato indelicatamente "La passione ingannosa. Morte di Manconi Antonio e concubina".

Il notaio Proto Tola, coadiuvato da un geometra e un capomastro, ebbe l'impegnativo compito di stimare il patrimonio lasciato da Manconi. Emerse che le sue proprietà erano addirittura 29! Tra le tante, aveva case in via Lamarmora, via Turritana, largo Monache Cappuccine, via delle Finanze, vicolo Viola, via Munizione Vecchia, via Università, vicolo delle Canne, via delle Muraglie, via sant'Apollinare, via Gran Condotto e persino a Porto Torres. A Manconi interessava collezionare fabbricati di fascia media e il valore complessivo dell'asse da ereditare fu calcolato in circa 180mila lire. Poiché non v'era traccia di testamento, essendo vedovo e non avendo figli legittimi, zio Antonio col suo gesto assurdo beneficiò involontariamente un paio di nipoti e le tre sorelle, ma soprattutto fece la fortuna del fratello Francesco Manconi, un tizio strano con il quale non andava neppure d'accordo e che navigava paradossalmente tra i debiti tirando innanzi con la gestione d'una bettola. Fu proprio quest'ultimo a ereditare il palazzo di piazza d'Armi, che venne da lui monetizzato immediatamente vendendolo a prezzo stracciato a una giovane parente, Edvige Righi Manconi, che mantenne per sempre la proprietà dell'immobile, sebbene non venne mai tramandata l'orribile storia ch'ebbe luogo in quelle stanze.

Nel dopoguerra, casa Manconi è stata sopraelevata ed è quasi irriconoscibile rispetto alle origini, oltre a non essere più circondata dalla campagna. Eppure, se ci si ferma all'odierno 22 di piazza d'Armi, ci si troverà ancora davanti al portone varcato da Antonio e Adelina. Sopra ci sono due metalliche lettere arzigogolate vecchie 130 anni, sono "AM" di Antonio Manconi, il possidente che perse il senno, la cui tragedia dai toni seppiati e fino a oggi dimenticata ci insegna che il vuoto d'un animo insoddisfatto non potrà mai essere colmato dal numero di case che si possiede.

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Il portone di casa Manconi come si presenta oggi. Nonostante siano stati sostituiti gli originali battenti in legno, sono state però conservate le iniziali ottocentesche di Antonio Manconi. L'odierno civico è il numero 22 di piazza d'Armi.

Il progetto originale con il quale Antonio Manconi chiese il permesso per l'edificazione del palazzo in piazza d'Armi. La data del documento è il 25 giugno 1887. Manconi era già proprietario del terreno sul quale insistevano delle preesistenti costruzioni più piccole che fece abbattere. (fonte: Archivio Storico Comune Sassari)

L'estratto del trafiletto pubblicato sul quotidiano "La Sardegna" il giorno seguente alla tragedia (fonte: Biblioteca Comunale).

I nomi dei protagonisti compaiono freddamente affiancati nell'albo delle morti sassaresi dell'anno 1890. Fu il giudice istruttore a denunciare i due decessi agli uffici comunali, ma nei registri ovviamente non si fa menzione di quale fu l'orribile dinamica, cioè che l'uno aveva ucciso l'altra e poi se stesso.

Sulla destra, palazzo Manconi ormai irriconoscibile. Quando fu edificato si affacciava direttamente sulla piazza d'Armi all'epoca sgombra dai numerosi plessi scolastici oggi esistenti, e per tal motivo a fine '800 lo si poteva vedere dal lato opposto anche da decine di metri di distanza.




*** Questa ricerca storica ha richiesto tanto impegno e tempo. Per scopi divulgativi si può riprodurne in parte il testo, citando obbligatoriamente me ed il mio blog come fonte (anche qualora ne cambiassi le parole utilizzandone però le informazioni). Per scopi commerciali (libri, pubblicazioni etc.) è necessario chiedermi preventivamente il permesso a sassariantica@gmail.com - Grazie per la lettura. ***


domenica 16 gennaio 2022

LA MAGICA VILLA ANDRY IN VIA CARLO FELICE A SASSARI. LA SUA STORIA.

 Ricerca, testi e foto di MARCO ATZENI (con la collaborazione di: Claudio e Anna Andry, "La Nuova Sardegna", Conservatoria Registri SS, Catasto SS).


Raggiungendo l'apice dell'odierna via Carlo Felice, ci si imbatte in un villino arancione con un'elegante terrazza. L'immobile fu fatto costruire nel 1915-'20 da Claudio Andry, un facoltoso imprenditore svizzero. Signor Claudio, il cui secondo nome era Giacomo, era un uomo baffuto dall’aria paciosa e insieme con sua sorella e suo padre gestiva due caffé, uno in piazza Azuni e l'altro all'angolo tra piazza d'Italia e via Roma. A Sassari, oltre un secolo fa, la gestione dei bar, che all'epoca comprendeva anche la produzione e la rivendita di dolci, vini, birre e gazzose era infatti un business in mano a famiglie emigrate dalla svizzera e intrecciate tra loro. Gli Andry erano originari del paesello di Ramosch, nel cantone dei Grigioni, e unirono la maestria nel campo dolciario a uno sbalorditivo senso per gli affari, il tutto mescolato con spirito avventuriero.

Il primo Andry ad arrivare nella sperduta Sassari fu Chasper, il padre di Claudio, intorno al 1860. Signor Chasper all'epoca del suo sbarco in Sardegna aveva poco più di vent'anni e aprì pasticcerie e bar anche in altri centri isolani, tra i quali Porto Torres, Cagliari e Ozieri, dove esiste ancora un locale chiamato Caffè svizzero, da lui fondato nel 1864. Leggenda narra che furono proprio gli svizzeri a migliorare la ricetta della copuletaIl motivo per cui gli Andry decisero di investire anche in Sardegna - addirittura di rimanere a vivere a Sassari - è un mistero, anche perché facevano una vita nomade, inseguendo le altre loro attività sparse in varie regioni. Claudio Andry, infatti, nacque a Livorno nel 1875 e sposò Anna Bazzel nel 1901 a La Spezia. Lo sposalizio, tra l'altro, fu festeggiato a distanza anche dai dipendenti di Sassari con un pranzo all'Albergo d'Italia. Più prevedibile è il motivo per cui la famiglia abitò nelle campagne di Serra Secca: quella zona era già sede di vinerie, torrefazioni e distillerie, dunque anche gli Andry vi impiantarono i loro i magazzini.

Così, proprio nelle adiacenze dei magazzini e per averli sotto controllo, Claudio Andry fece realizzare l'elegante villino. Al piano basso abitava sua sorella Caterina col marito, mentre al piano superiore lui stava con la moglie Anna e i figli. Ne ebbero cinque: Gaspero, Domenico, Mario, Orsola e Giacomino. Quest'ultimo, purtroppo, morì a due anni nel 1919. L’abitazione fu impreziosita dall’artista piemontese Pietro Marchisio, i cui affreschi variopinti sono presenti in ogni ambiente, sia all'interno che all'esterno. È interessante sapere che il bel giardino che oggi circonda l’immobile è solo una minima parte dell’originaria proprietà: la casa era immersa negli oliveti, dove i piccoli Andry si rincorrevano. Oltre a quelli già posseduti, a venderne altri cinque ettari a signor Claudio per 30mila lire fu l'orfanotrofio maschile della chiesa di Cappuccini che ne era il secolare proprietario e in parte utilizzati per la casa. L'abitazione risultava dunque isolata rispetto al centro abitato e fronteggiava l'antico stradone nazionale che si percorreva per andare a Tempio, alla famiglia, però, bastava salire sulla sua scoppiettante auto per arrivare in città. Claudio, infatti, adorava guidare ed era tra i pochi a possedere un veicolo a motore, che utilizzava anche per raggiungere le altre filiali, principalmente a Porto Torres. Fu anche un pioniere tra i cicloamatori e da ragazzo, nel 1904, inforcò gli occhialoni e sgasò da Sassari a Mores in sella alla sua motocicletta. Tempo record impiegato: poco più di un'ora. Ne andò fiero per anni.

La ditta Andry prosperò per decenni e nel 1910 era stato organizzato un sontuoso brindisi per festeggiarne il cinquantennale, al quale furono invitati i dipendenti nuovi e vecchi, che brindarono in piazza Azuni insieme a Claudio, che all'epoca aveva 35 anni, e a suo padre Chasper, il fondatore ormai anziano, che morirà nel 1913 lasciando il controllo nelle mani del figlio. Gli affari proseguirono a gonfie vele sino alla crisi del ‘29 e il povero Claudio, che cercava di fare fronte alle difficoltà, ebbe un infarto nel freddo gennaio del 1931. Lo stress gli fu fatale a soli 56 anni. A renderne instabile la salute aveva contribuito anche un dramma personale: pochi anni prima, nel 1926, era stato condannato a pagare un enorme risarcimento per la morte di un medico sassarese, dovuta a un incidente stradale. A guidare la macchina era un parente di Claudio, senza patente, che approfittando della sua fiducia gli sottrasse il mezzo senza permesso, causando l'irreparabile. Al danno economico si aggiunse il rimorso, di cui Claudio non poté liberarsi. Fu uno dei primi proprietari di un autoveicolo a essere condannato in Italia per responsabilità indiretta.

Signora Anna Bazzel, rimasta vedova, ereditò sia buona parte dell'azienda, il cui valore tra macchinari e merci era stimato in 200mila lire cui aggiungere crediti per la bella cifra di ulteriori 100mila lire, sia le proprietà immobiliari tra le quali anche un palazzotto a tre piani sul viale centrale di Porto Torres. La donna, che però mai si era occupata di gestire gli affari, decise di vendere quasi tutto, compreso il villino dove abitavano. A comprarlo, anche a titolo di amicizia, fu l'ingegner Giacomo Crovetti nell’estate del ‘37, per 90mila lire. Anna fece poi le valigie e partì in Svizzera con Orsolina, la figlia diciottenne, dicendo addio alla Sardegna. Calò così il sipario sulla gloriosa ditta Andry, dopo settanta anni di attività, ma ciò avvenne solo a Sassari, gli altri figli di Claudio, ormai giovani adulti, andarono in Liguria a gestire altre filiali ancora aperte e lì rimasero. Uno solo dei tre figli maschi, Domenico, tornò in città e dopo la seconda guerra riandò ad abitare in affitto proprio nella casa costruita dal papà e fu lui ad aprire la gloriosa armeria che i sassaresi moderni conobbero. Dopo oltre un secolo, villa Andry è ancora lì, abitata e perfettamente conservata da una famiglia che non ha alcun collegamento con gli originari proprietari. Non ci sono più oliveti attorno, ma palazzoni, con l’immaginazione, però, potreste ancora incrociare signor Claudio che scende verso piazza Azuni. Salutatelo, è stato parte della storia della nostra Sassari.


L'imprenditore svizzero Claudio Giacomo Andry. Fu lui a far costruire nei terreni di Serra Secca il villino di famiglia in cui abitò insieme alla moglie Anna Bazzel e ai cinque figli. (foto gentilmente concessa in esclusiva dalla famiglia Andry)

Una splendida foto del 1912 in cui compare Anna Bazzel, moglie di Claudio Andry, che tiene in braccio il secondogenito Domenico. Il signore anziano è il mitico Chasper Andry, padre di Claudio e fondatore delle ditte Andry a Sassari e provincia, che tiene per mano un altro figlio di Claudio e Anna, vestito da marinaretto. Il bimbo si chiamava Gaspero (che è la versione italiana proprio del nome del nonno). (foto gentilmente concessa in esclusiva dalla famiglia Andry)

Villa Andry presenta un affresco in ogni sala. Oltre alle classiche decorazioni floreali da soffitto, ci sono vere e proprie rappresentazioni mozzafiato, come quella in foto, che richiama l'eroe svizzero Benedikt Fontana, morto nella battaglia della Calvana, guerra di Svevia, gridando: "Oggi Grigionesi e Leghe o mai più!". (foto dalla tesi di laurea di Silvia Garau, inviatami dal prof. Giancarlo Marchisio, il cui nonno fu autore degli storici affreschi, mentre Marco Ghisu mi ha raccontato la storia)

Generazioni di sassaresi hanno visto la facciata di villa Andry, ma pochi ne hanno conosciuto l'ingresso sul lato posteriore. Questa foto amatoriale fu scattata negli anni '50-'60 e rende l'idea della suggestiva immersione nella campagna circostante. (foto gentilmente inviatami in esclusiva da Simona Vodret)

A Sassari, la principale attività degli Andry era il bar in piazza Azuni, che era gestito in società con i fratelli Luzzi, da cui il nome Caffè Andry e Luzzi. A fianco si trovava l'Albergo d'Italia, dove la famiglia era solita affittare un salone per celebrare le ricorrenze più importanti della ditta. L'altro loro caffé era all'incrocio tra piazza d'Italia e via Roma, angolo destro salendo, ancora oggi sede di un bar. Curiosamente, gli Andry erano anche rivenditori di lampade e fanali.

Un ordine di bibite effettuato dalla ditta Andry. Nello specifico, questa carta intestata si riferiva alla filiale di Porto Torres e riguardava l'acquisto di liquori dalla nota ditta MARTINI, che all'epoca si chiamava ancora Martini & Rossi di Torino. (foto da web)

In questa foto dell'immediato dopoguerra che ritrae tutta la salita di via Carlo Felice in presa aerea, si nota, all'apice della strada e all'interno del rettangolino rosso, la villa Andry. L'immobile era ancora totalmente circondato da oliveti. Quando fu costruita, alcuni decenni prima, la villa era persino più isolata. Oggi è circondata dai palazzi.

Nella sobria, ma elegante, tomba di famiglia al cimitero monumentale di Sassari, riposano Claudio Andry e la sorella Caterina, insieme al loro padre Chasper Andry (il capostipite) e alla loro madre Orsola Famos. Tutti elvetici. Anna Bazzel, moglie di Claudio, andata via da Sassari, morì in Svizzera. Morirono lontani dalla Sardegna anche i loro figli Gaspero, Mario e Orsolina, tranne Domenico, chiamato anche Menìn, che tornò a Sassari e divenne celebre per aver aperto la nota armeria di via Carlo Alberto.




*** Questa ricerca storica ha richiesto tanto impegno e tempo. Per scopi divulgativi si può riprodurne in parte il testo, citando obbligatoriamente me ed il mio blog come fonte (anche qualora ne cambiassi le parole utilizzandone però le informazioni). Per scopi commerciali (libri, pubblicazioni etc.) è necessario chiedermi preventivamente il permesso a sassariantica@gmail.com - Grazie per la lettura. ***

domenica 12 settembre 2021

VILLA RAU IN VIALE MAMELI A SASSARI. LA SUA CURIOSA STORIA E CHI VI ABITAVA.

Ricerca, testo e foto di MARCO ATZENI (con la collaborazione di Marco Rau e contributi di Alessandro Sirigu e Maria Antonietta Fresi)

VILLA RAU SASSARI IN VIALE MAMELI A CAPPUCCINI

Nel febbraio del 1937, in una casa bassa con giardino, all'incrocio tra viale Mameli e via Alagon, morì all'età di 75 anni il cavalier Francesco Pons che ci abitava dopo essersi trasferito da Alghero. Cavalier Pons aveva designato come eredi i due cognati, Onorio e Chiarina Figus, che erano il fratello e la sorella della defunta moglie Adele e coi quali aveva un ottimo rapporto. Il Pons, pensionato e vedovo, non aveva alcun figlio. Onorio Figus - l'erede - il cui vero nome era Onorino, lavorava a Sassari da tempo, arrivato dalla natìa Simaxis. Era tra i dirigenti del tribunale e caso volle che a fine anni '30 proprio la nuova sede giudiziaria stesse per essere inaugurata in via Roma. L'opportunità di trasferirsi a Cappuccini nella proprietà ereditata gli sembrò una coincidenza perfetta. Con l'assenso della sorella-coerede Chiarina, signor Onorio prese una decisione drastica: fece demolire la casa esistente (o la modificò radicalmente) ed edificò un'imponente villa. La progettò l'architetto Angelo Misuraca, che non lesinò in maestosità.

Dopo un paio d'anni di lavori, la nuova abitazione fu terminata e ci fu un altro colpo di scena. Onorio, infatti, la mattina del primo settembre 1940, andò in via Usai dal notaio Chiappe, in compagnia dell'amico Lucrezio Rau, al quale vendette la villa nuova di zecca per la cifra di 115 mila lire. In accordo tra le parti, non vi era nessun testimone all'atto della compravendita. I maligni sostennero che Onorio avesse speso troppo per la costruzione della dimora e che nulla gli rimase per mantenerla. Altri pensarono che si fosse accorto che quell'enormità non gli servisse, visto che non aveva figli, non era sposato ed era prossimo alla vecchiaia, ma bisogna anche considerare che il Figus era stato appena trasferito al lontano tribunale di Lanusei, ed avrebbe lasciato la villa disabitata per lunghi periodi, dunque è possibile che tra lui e Rau ci fosse persino un accordo fin dall'inizio.

Dopo aver acquistato l'immobile, Rau andò a viverci con la moglie, che si chiamava Concetta Piredda, ed i loro figli, Mimì e Rino, che avevano undici e cinque anni. La coppia, come d'uso, aveva alcuni anni di differenza: dodici. Lucrezio, nato nel 1896, era arrivato in città dalla sperduta Berchidda con una valigia piena di voglia di fare, mentre Concetta era nata a Thiesi nel 1908, ma venne cresciuta a Sassari dalla famiglia Pietri. Ancora ragazzo, Lucrezio aveva rilevato negli anni '20 l’indebitato bar dei Marongiu in piazza Tola ed insieme al fratello Giovanni lo aveva tramutato in una miniera d’oro. Gli intraprendenti berchiddesi aprirono poi un altro bar al Corso ed uno esclusivo anche in Piazza d’Italia, sotto i portici. Inoltre, vennero create anche una pasticceria ed una distilleria per approvvigionarli. Tutti, infatti, associavano il nome Rau al “Villacidro”, un liquore a base di zafferano che, oltre alla sambuca e all’anisetta, veniva servito dai camerieri in giacca bianca e papillon. Si diceva ironicamente che erano dovuti arrivare i Rau da Berchidda per far bere ai sassaresi le gazzose e farli giocare a biliardo.

Lucrezio aveva gli affari nel sangue, mise in atto strategie di marketing anni prima che si chiamassero così ed una volta, mentre al porto caricavano sulla nave la sua autovettura con la gru, come si faceva all'epoca per imbarcarsi, concluse al volo l'acquisto di un macchinario per la torrefazione che aveva visto lì al molo. Leggenda narra che nacque (anche) così la Mokador, che venne poi gestita da altri due fratelli Rau: Sebastiano e Nenna. Per trent'anni, Lucrezio percorse a piedi la strada dalla villa alle sue attività, ma rientrando puntuale a casa per pranzo, era infatti uomo di famiglia e di buon cuore. Condivise il suo successo, e poiché si occupava di tutti come un padre, era chiamato affettuosamente "su Babbu". Vi fu purtroppo anche un grande dolore per lui e la moglie: nell'estate del '49, il maggiore dei due figli, Mimì, si ammalò e morì ventenne; la foto del giovane è appesa in casa da 70 anni, per non scordarlo mai. Lucrezio, invece, si spense nel suo letto una mattina di maggio del '75, dopo aver anticipato a Concetta di non sentirsi bene. Aveva 79 anni e, pur essendo il più grande, era l'unico dei fratelli maschi ad essere ancora vivo. Signora Concetta, vedova, rimase in casa a coccolare i nipoti sino al 1996.

Se qualcuno si stesse chiedendo che fine avesse fatto Onorino Figus, è curioso sapere che i Rau, dopo aver da lui comprato l'immobile, lo ospitarono in un piano della villa per più di dieci anni, forse come affittuario. Anzi, tale era la confidenza, che le bollette continuarono ad arrivare a nome di Onorino, sebbene l'immobile non fosse più suo. Lui morì a metà degli anni '50 e fino ad allora lo si vedeva pensionato passeggiare d'estate in viale Mameli, proprio sotto la villa, completamente vestito di bianco, compresi il cappello e le scarpe, ma non diede mai molte spiegazioni sulla rocambolesca storia della casa. Oggi l'immobile è ancora della famiglia Rau, i bar, invece, non esistono più, ma ci sono i dolci ed i liquori, che si producono ancora dal lontano 1926, anno in cui Lucrezio, appena trentenne, aveva fondato col fratello la mitica "Ditta Fratelli Rau", oggi parte della storia della città.

Lucrezio Rau e Concetta Piredda quando avevano circa 60 anni. Trasferitisi nella villa di Cappuccini nel '40, dopo averla acquistata ancora giovani dal Figus, vi rimasero per tutta la vita con i discendenti.

Lo sfortunato Mimì Rau, destinato a subentrare nell'azienda col fratello Rino, si spense a vent'anni nell'estate '49. Il bello scatto lo ritrae qualche mese prima, ignaro della sorte, in una vacanza di famiglia a Loch Ness. Alla morte di Lucrezio, Rino Rau ereditò il piccolo impero, che condusse egregiamente, ma senza il supporto di nessuno, essendo rimasto figlio unico. La forza familiare si è ripresentata con i 4 figli di Rino, nipoti di nonno Lucrezio, che oggi gestiscono l'azienda e ricordano con affetto anche "zio Mimì", di cui uno di loro porta il nome. (foto gentilmente concessa in esclusiva dalla famiglia Rau)

Giovanni Rau fu come un "gemello minore" per Lucrezio, visto che li separava solo un anno d'età. Affiancò fedelmente il carismatico fratello sin da quando erano ragazzi ed infatti il nome originario della ditta era "L. & G. Fratelli RAU", dalle iniziali dei nomi. Non si sposò e visse anch'egli nella villa, che parzialmente era anche sua, perché il giorno dell'acquisto, dal notaio Chiappe, c'era anche lui. Morì a 62 anni nel 1959.

Il primo bar aperto dai fratelli Rau si trovava in piazza Tola. I locali erano di proprietà del Comune e la ditta pagò per anni il canone d'affitto. Nella foto: uno dei vari rinnovi contrattuali, quello per il triennio 1934-'37, costo annuo 3060 lire. All'epoca c'era il governo fascista ed il podestà, che firmò, era Gavino Sussarello. (fonte: ARCH. ST. COM. SS)

Signor Lucrezio, in quanto imprenditore assai noto a Sassari, non sfuggì alla matita del mitico Paolo Galleri, che lo ritrasse con i capelli rigorosamente impomatati all'indietro ed in mano il simbolo del suo successo: una bottiglia di liquore "Villacidro". Appuntati sul bavero della giacca, i riconoscimenti.




*** Questa ricerca storica ha richiesto molto impegno e tempo. Per scopi divulgativi si può riprodurne in parte il testo, citando obbligatoriamente me ed il mio blog come fonte (anche qualora ne cambiassi le parole utilizzandone però le informazioni). Per scopi commerciali (libri, pubblicazioni etc.) è necessario chiedermi preventivamente il permesso a sassariantica@gmail.com - Grazie per la lettura. ***

martedì 24 agosto 2021

PICCOLE STORIE - INCONTRI MISTERIOSI AL CIMITERO MONUMENTALE DI SASSARI.

 Testi e ricerche di Marco Atzeni

TERESINA E I FIORI

Su un praticello lungo il viale, una bimba stava china sopra una colorata distesa di fiori e ne sceglieva alcuni. «Li raccolgo tutti!», mi confermò quando le passai a fianco e mi sorrise strizzando gli occhietti. Un fermaglio col fiocco le teneva i capelli ordinati e indossava un grazioso grembiule con degli ometti ricamati. Mise una manina in una delle tasche ed estrasse qualche fiorellino stropicciato che aveva appena colto. Me ne porse uno e tenne gli altri stretti nel pugno. «Grazie!», dissi accettando il dono. «I fiorellini sono belli. Sono i miei!». Non disse altro e a passettini rapidi raggiunse un muretto. Vi si poggiò, mettendosi in posa, e non si mosse più. Mi avvicinai e le accarezzai il viso, accorgendomi con stupore che era diventata una piccola statua. Nella manina sinistra, anche i fiori erano di pietra. Eppure, mi guardava ancora con aria curiosa.

La piccola Teresa nacque a Sassari nel 1909. Suo padre si chiamava Simone Cicu ed era uno dei dirigenti dell’allora Intendenza di finanza in piazza Azuni, sua mamma era la giovane Angela “Gella” Zavatti. C’era anche un fratellino, Tommaso. Teresina Cicu Zavatti contrasse una crudele malattia che ne offuscò lentamente la vivacità e nell’aprile del 1913, a tre anni e mezzo, si spense nel suo lettino dopo lunga sofferenza. Il funerale partì dall’elegante palazzo tutt’ora esistente all’inizio di via Manno, dove la benestante famigliola viveva, e sotto un sole primaverile una folla commossa accompagnò la piccola per l’ultima passeggiata verso l’infinito. Per il trasporto della marea di fiori si dovettero noleggiare due apposite carrozze, chiamate “landò”, che seguirono il corteo. Teresina era amata da tutti e quella triste mattina anche l’Intendenza di finanza chiuse per solidarietà nei confronti del babbo. I genitori commissionarono a Giuseppe Sartorio una dolce statua a immagine della sfortunata figlioletta e grazie alla quale il ricordo di Teresina ha sconfitto il passare del tempo, arrivando fino a noi. Oggi, dopo oltre un secolo, potete incontrarla che gioca coi fiori che le furono regalati, ma non temete per lei, non è più sola, alcuni decenni dopo la sua morte, la raggiunsero la mamma e il papà, che le riposano a fianco e la proteggono per l’eternità. Il triste epitaffio è scolorito, ma per volere del fato è rimasta leggibile solo una frase, la più bella: “Gioia della nostra vita”.


L'ULTIMA PENNELLATA


Nel viale deserto pioveva e cercai riparo sotto un albero. In lontananza, tra le siepi, vidi una donna di spalle. Sedeva davanti a un cavalletto e a una tela. Dipingeva sotto il diluvio. I capelli fradici e il vestito sgualcito. Non si curava neanche del vento e intingeva il pennello nella tavolozza. Eppure, la tela rimaneva candida sotto i suoi tocchi invisibili. Stese un ultimo tratto, posò il pennello e si girò verso di me. Piangeva. D’improvviso quella tela non era più bianca. Il diluvio aveva dipinto un volto. Quello di un bambino. Lo sgabello era però vuoto, la donna non c’era più.

Angelica Azzati nacque a Sassari nel 1857 e discendeva da un nonno piemontese che alla fine del ‘700 aveva fondato la storica Tipografia Azzati, attiva in città per 50 anni. La piccola Angelica passava i pomeriggi immersa nel profumo d’inchiostro e presto scoprì il suo amore: la pittura. Suo babbo sfidò le malelingue mandandola già giovanissima dai migliori artisti di passaggio in città e nel 1877 venne presa in simpatia persino dal mitico Giuseppe Sciuti, il barbuto pittore siciliano che le consentì di assistere col naso all’insù mentre lui affrescava la sala del Palazzo della Provincia.

Crebbe rifiutando spasimanti, chiusa nel suo mondo variopinto. Donò un quadro, “Purgatorio”, anche alla Chiesa di Santa Caterina. A sorpresa, rimase però affascinata dalle maniere del chirurgo Pietro Pietri Lopez, di ottima famiglia ozierese. Lo sposò nel 1890, lei aveva “ormai” 34 anni e lui 4 in meno. Andarono a vivere in un’elegante palazzina in via dell’Ospedale Civile e un anno dopo divenne madre. Quando la levatrice le porse il neonato, Angelica sorrise “È il mio quadro più bello!”. Lo chiamò Luigi, proprio in memoria di suo padre. Col bimbo in culla, Angelica continuò a disegnare. Mai per soldi. Fu anche invitata all’Esposizione Artistica Sarda, un prestigio per una donna, per giunta dilettante. Angelica non sapeva che fu l’ultima gioia. Nel 1897 chiamò al capezzale il figlioletto Luigi di 6 anni. Pallida, ebbe solo la forza di bisbigliargli “Sarò per sempre il tuo angelo”. Si spense a 40 anni. Alle undici di un’afosa notte di luglio.

Un carro di prima classe, coperto di corone, la condusse al Cimitero Monumentale di Sassari. Sul marmo grigio della sua tomba, è incisa la frase “pertransiit picturam bene colendo”, che significa “passò eccellendo nella pittura”. Su una colonna siede un angelo malinconico scolpito da Lorenzo Caprino. Il piccolo Luigi ci vedeva la madre che lo proteggeva. Lui divenne giudice a Roma, ma a 80 anni, nel 1971, le tornò tra le braccia, stavolta per sempre. E a noi, oggi, rimane questa storia sassarese, antica di 130 anni, che ci racconta di Angelica Azzati, la pittrice che abbandonò troppo presto il suo quadro più bello.


LA SOLITUDINE DI BARBERINA

Per l’ennesima volta il mio sguardo cadde su quella lapide e mi ci fermai davanti. Le lettere scolorite, ancora decifrabili sullo sfondo marmoreo, componevano un epitaffio misteriosamente ipnotizzante. «Buonasera», una voce femminile giunse improvvisa. Pensavo d’esser solo, nel viale, e mi voltai di scatto. Una donna in nero, con gli sbuffi sulle spalle, era comparsa al mio fianco. «Buonasera a lei», replicai. «È incuriosito?», disse con accento poco sassarese e indicando la lapide. «Questo epitaffio mi affascina, me ne domando da sempre il significato, signora». La donna sorrise. «Io ne sono a conoscenza». «Davvero? Lei sa qualcosa di Barberina Piccolina?». «Certo. Sono io, questa è la mia tomba». Sgranai gli occhi. «Davvero? La prego, mi racconti…» «D’accordo», fece un passo avanti, posò una mano sulla lapide e ripassò con l’indice quelle parole impolverate. Si girò verso di me e annuì. «Ho finito», disse. Allargai le braccia. «Finito… cosa? Lei non mi ha riferito niente… ha solo toccato la lapide!». «Non si angusti, rilegga ancora queste parole e stavolta avranno più significato». Il tempo di un battito di ciglia e la donna non c’era più. Scrollai le spalle e rilessi l’epitaffio, che già conoscevo a memoria. Finita la lettura, ebbi però un sussulto, tutto era inspiegabilmente più chiaro. «Grazie, Barberina», dissi al vento che mi accarezzava il viso. Inspirai soddisfatto e andai via, prima che i cancelli chiudessero e il sole tramontasse.

Barberina Piccolina nacque a Sassari nel 1833 in una famiglia benestante dedita alla burocrazia. Il padre Angelo Luigi lavorava immerso nei fascicoli dell’ufficio del regio patrimonio, mentre la mamma Chiara Maria Oggiano era la figlia d’un notaio. Barberina, fin da bimba, s’abituò al fatto che pochi la chiamassero correttamente. Per molti era Barbarina (con la “a”), mentre altri pensavano che il curioso cognome fosse il nome. Quel cognome, in realtà, aveva radici liguri, infatti, quando a metà ‘800 papà Angelo Luigi andò in pensione, la famiglia prese dimora anche a Genova, in via Alessi, nell'antico quartiere di Portoria. Barberina aveva due fratelli, Antonio e Salvatore, che tra Liguria e Toscana ricalcarono la carriera impiegatizia del padre, ma soprattutto c’era la sorella più grande, Francesca Rosa, che aveva sposato a Sassari il potente colonnello Giuseppe Tharena. Purtroppo, nel 1869, proprio l’adorata sorella morì a Genova. Il padre di Barberina non resse al lutto, mentre lei, con l’animo a pezzi, adottò i nipoti, rimasti orfani. Barberina, all’epoca quasi quarantenne, non aveva figli suoi e, tra l’altro, sorseggiando il tè ribadiva alle amiche di non volere un uomo a fianco. Passarono così i decenni, morti ormai entrambi i suoi genitori, i due fratelli maschi e il cognato, Barberina, ancor più ritirata, continuò a dedicarsi ai nipoti, divenuti giovani adulti. Gestiva pure il denaro arrivatole proprio dai due fratelli che, come lei, non ebbero discendenza. Nell’inverno del 1893, si spense silenziosa in un appartamento della graziosa palazzina di via Roma 22, dove viveva in affitto. Aveva 59 anni. Fu sepolta al cimitero monumentale di Sassari, da sola, come fu in vita, e non poteva sapere che il suo nome particolare e le poche parole volute sulla lapide dagli adorati nipoti l’avrebbero resa immortale, suscitando l’interesse di generazioni di sassaresi che da 130 anni vi passano davanti domandandosene il significato. L’epitaffio recita enigmatico: “A BARBERINA PICCOLINA, LA QUALE BASTO’ A SE STESSA, DECEDUTA IL DI’ 8 FEBBRAJO 1893, I NIPOTI RICONOSCENTI”. Se volete, passateci, e fatele sapere che ora conoscete la sua storia.

 

LACRIME DI MARMO

Camminavo lungo il viale e dei colpi, secchi e ripetuti, mi fecero arrestare. Incuriosito, seguii quel suono ritmico e mi nascosi dietro un albero. Era un uomo, curvo su un blocco di marmo, che scolpiva un busto. A un tratto si fermò e sospirando accarezzò la statua. Abbassò poi lo sguardo e le gambe gli cedettero. S’abbandonò in ginocchio sul terreno umido e il suo improvviso pianto echeggiò disperato nel silenzio della sera. Si rialzò a fatica, raccolse martello e scalpello, e andò via singhiozzando, mentre s’asciugava gli occhi con la manica impolverata di bianco. I miei passi crepitarono sulle foglie e m’avvicinai al busto. Il volto scolpito era quello di un ragazzino che guardava lontano e una scia umida ne segnava la guancia di pietra. Sfiorai la superficie liscia e rimasi stupito. Il marmo non era freddo, ma tiepido. Un’altra goccia gli scivolò lenta, dall’occhio sino al mento. Era quasi buio e scrutai il cielo, cercando conferma d’un temporale improvviso, ma non v’erano nuvole. Quelle gocce non erano pioggia.

Remo Carta era un giovane sassarese. Abitava coi genitori al corso Vittorio Emanuele e ogni mattina vestiva la giacchetta e faceva le consegne per una bottega di alimentari. La sera si dedicava alla ginnastica con la società Silvio Pellico e passava le domeniche in piazza Tola con gli amici, che scherzavano chiedendogli «E Romolo non è venuto?». Remo era nato proprio a Roma, dove i genitori avevano vissuto per un breve periodo, e alla città eterna doveva quel nome che a Sassari lo rendeva originale. Era peculiare anche il giorno in cui mamma Salvatorica lo diede alla luce: l'11/11/’11.
Nell’autunno del 1928, Remo s’ammalò. I medici del policlinico si prodigarono, ma deperì rapidamente e si spense nel suo letto a diciassette anni. Alla famiglia non rimase che il conforto di suor Teresa, che tenne la mano al ragazzo durante il vano ricovero. Il padre di Remo, il signor Gerolamo, dovette affrontare una prova atroce. Scultore di professione, decise di realizzare il busto per la tomba del figlio. Nella solitudine del laboratorio, in lacrime, incise quei lineamenti che non avrebbe più rivisto. Ogni colpo di scalpello fu una fitta al cuore. Al cimitero monumentale di Sassari, oggi Remo non è più solo e riposa con i genitori, i nonni e le sorelle, una delle quali ne sentì solo parlare. Il delicato volto dello sfortunato giovane veglia ancora su di noi, e, se andrete a trovarlo, vi narrerà la storia, antica d’un secolo, di un figlio perduto e di un padre che trasformò il dolore in ricordo eterno.


LA POESIA DI PIETRO

La pioggia scrosciava e trovai riparo sotto le fronde d’un albero. Mi guardai attorno intirizzito. Il viale era deserto e folate pungenti mi sferzavano il viso. D’un tratto una vocina cantilenante si fece nitida e comparve un ragazzetto che incurante del freddo stava immobile sotto l’acqua. Era assorto in un libro fradicio come la sua divisa blu e le gocce che grondavano dalla visiera del berretto gli scorrevano giù fino al mento.

Leggeva e ripeteva una nenia solitaria che interrompeva di continuo.

«Chi sei? Ti prenderai un malanno», dissi agitando un braccio.

«Sono Pietro, signore, e devo imparare la poesia, domattina il maestro mi interrogherà».

«Domani? Domani è domenica, non si va a scuola la domenica».

«Oh! No, signore. Domani andrò a scuola, eccome. E devo sapere bene la poesia».

Scossi il capo, confuso da tanta fermezza. Riprese a cantilenare e all’ennesimo tentativo terminò la poesia da capo a piedi. Mi sorrise compiaciuto.

«Finalmente l’hai ripetuta tutta, senza leggere!».

Non arrivò risposta. Pietro non c’era più, però giaceva tra l’erba umida il suo libro. Mi chinai e lo aprii. Era sgualcito e gonfio. L’inchiostro colava ed era indecifrabile chissà da quanto tempo. Lui come faceva a leggerlo? Rabbrividii, il temporale stava cessando e andai via da solo lungo il viale, stringendomi nella giacca.


Il giovane Pietro nacque nell’estate del 1880, frutto del matrimonio ben combinato fra i Diaz, nobili di Ossi, e i Derosas, latifondisti di Usini. Il futuro dell’infante era foderato di aristocrazia e ettari di oliveti, ma già il suo debutto non fu felice: aveva ereditato il nome del padre, l’avvocato Pietro Giovanni Diaz, che era morto appena quarantenne alla vigilia di Natale del 1879, sei mesi prima che lui nascesse. Il bimbo crebbe a Usini abitando con la madre Giovanna Derosas nell’elegante casa in piazza del Castello, di proprietà del potente nonno Giuseppe Derosas, e a nove anni fu ben pettinato e scarrozzato fino al centro storico di Sassari. Fu infatti iscritto all’esclusivo Canopoleno e ospitato nel convitto annesso alla scuola. L’alunno non era un genio, ma neppure uno scansafatiche. Al quarto anno di frequenza, il mansueto Pietro apparve sempre più fiacco e fu così ricoverato nell’infermeria dell’istituto, ma la situazione precipitò nel cuore d’una fredda notte di febbraio del 1893. Trasportato ormai senza speranze nella vicina locanda San Martino in piazza Azuni, fu raggiunto a letto dalla mamma, che poté solo stringerlo al petto per l’ultimo respiro. I funerali si svolsero l’indomani alle tre del pomeriggio e davanti alla folla accorsa dal paese d’origine parlarono di lui con commozione il cugino, due convittori e il canonico del Canopoleno. Finiva così, a dodici anni, la breve vita di Pietro Diaz Derosas. La famiglia volle conservarne il ricordo commissionando al Sartorio un busto per addolcirne la tomba e che lo immortala proprio con la severa divisa scolastica, una scelta stilistica apparentemente fuori luogo agli occhi moderni. Persino la lapide ribadisce con orgoglio che era “studente del convitto nazionale” e ciò fa capire, in realtà, quanto l’istruzione, oggi data per scontata, fosse all’epoca un vanto per eletti. Se volete, Pietro riposa ancora lì, da solo al cimitero monumentale di Sassari perché la mamma è invece a Usini, e da oltre 130 anni aspetta qualcuno a cui recitare la sua ultima poesia.


LA CESTA ALL'OMBRA

"Camminavo per il sentiero e un vagito arrivò nitido alle mie orecchie. Deviai dal percorso e seguii il lamento. Sull’erba all’ombra di un albero era adagiata una cesta e ci guardai dentro. C’era un neonato con i pugnetti chiusi che non si dava pace. Di chi era quel bimbo e perché era lì? Qualcuno lo aveva dimenticato? Dovevo fare qualcosa e mi allontanai dalla cesta. Percorsi da cima a fondo i sentieri circostanti, ma erano deserti e non trovavo nessuno ad aiutarmi. Il pianto echeggiava tra le fronde, ma d’un tratto cessò e arrivò la quiete. Tornai di corsa verso la cesta. Era arrivato qualcuno e mi fermai dietro una siepe. Una giovane donna stava inginocchiata e stringeva il bimbo al petto. In piedi al suo fianco c’era un uomo. Entrambi piangevano e con occhi grandi fissavano la creaturina. «Non dobbiamo lasciarlo», disse lei singhiozzando e baciando la testolina calva. L’uomo cinse da dietro la donna e il bimbo. «No! Non lo lasceremo mai più, amore». Il mio battito si rilassò e chiusi gli occhi per riprendere fiato. Quando li riaprii, davanti a me non c’era più nessuno, tranne una cesta vuota e il silenzio dei viali percorsi da un refolo di vento."

Un triste pomeriggio di metà ottobre 1918 un corteo funebre partiva da via Capra, una traversa di corso Vico. Il trentenne Orlando Idini, impiegato delle ferrovie reali a Sassari, era l’ennesima vittima della terribile “spagnola”, all’epoca chiamata “il morbo influenzale”. A guidare il corteo c’era la ventinovenne vedova, Filomena Gallizzi, che teneva in braccio il loro neonato figlioletto Bruno. La donna tossiva e in cuor suo sapeva d’esser stata contagiata dal marito. Infatti, neppure una settimana dopo, da via Capra partì anche la sua bara, avvolta nella bandiera della Torres di cui era patronessa. Il piccolo Bruno, che aveva soltanto tre mesi, rimase orfano e pur essendo indifeso, inspiegabilmente non contrasse il morbo. Straziate dal dolore per l’incredibile doppia perdita, le famiglie Idini e Gallizzi piansero i defunti sposini commissionando per la loro tomba al cimitero monumentale di Sassari una statua che raffigura proprio l’orfanello Bruno che si dispera sulle bare degli sventurati genitori. Intanto, zia Adele, con un gesto di immenso amore nei confronti della sorella Filomena, ne allevò il neonato come fosse suo. Non furono dunque l’affetto e il sostegno economico a mancare al piccolo, il cui nonno materno era il mitico Giovanni Gallizzi, fondatore della gloriosa tipografia ancora oggi esistente. Bruno divenne ragazzo e poi uomo, ma crebbe con un invisibile velo di malinconia che ammantò tutta la sua esistenza. Visse da persona solitaria, non si sposò e anche da adulto passava le giornate nella sua camera, immerso nei libri e nei francobolli, schiacciato dal peso dei pensieri e delle domande senza risposta. Nell’estate del 1989, a 71 anni, zio Brunello, come lo chiamavano i parenti più giovani, si spense solo e in silenzio, come aveva vissuto. Così, pur essendo morto assai più grande dei suoi genitori naturali, poté tornare neonato e fu sepolto insieme a loro, proprio in quella tomba che da oltre un secolo lo raffigura orfanello piangente. Orlando, Filomena e Bruno non ebbero la fortuna di invecchiare insieme come una vera famiglia, ma ora riposano abbracciati per l’eternità e la morte non avrà il potere di dividerli una seconda volta.

* Un ringraziamento va alla signora Loredana Gallizzi per il contributo *


RIPOSO, SOLDATO!

Camminavo per il viale e notai una bara poggiata su zampe di leone in ferro. Era aperta e mi avvicinai per guardarla. Un soldato con i baffi aveva gli occhi chiusi e dormiva dentro. La testa era poggiata su un cuscino color porpora e il petto gli si sollevava a ogni respiro. Mi voltai per andare via in silenzio, ma una mano mi afferrò il polso. Il soldato aveva spalancato gli occhi e allungando un braccio mi teneva stretto mentre usciva lentamente dalla bara. Mi si parò davanti. Le spalline dorate della sua grande uniforme brillavano al sole. «Non abbia paura, vorrei solo compagnia», disse. «Facciamo due passi», risposi, e assieme percorremmo il viale. All’ombra dei pioppi mi raccontò la sua storia. Quando lo riaccompagnai alla bara, si sdraiò di nuovo e giunse le mani poggiandole sul fodero argentato della sua spada. Si fece triste. «Porti i saluti ai miei genitori». «Non mancherò, tenente». «Mi chiami solo Andreino, signore». Annuii e gli sorrisi, ma le sue palpebre erano abbassate e dormiva già un sonno profondo. Una lacrima gli rigava il viso.

Domenico Guidetti era un ingegnere piemontese e fu spedito in Gallura dal Genio Civile per la progettazione della rete stradale. Conobbe Lorenza Cugiolu, appartenente a una famiglia di possidenti, e dal loro matrimonio nacque a Tempio nel 1867 il piccolo Andrea. Quando Andrea era ancora bambino, suo papà Domenico fu spostato dalla Gallura alla Nurra e la giovane famiglia Guidetti si trasferì a Sassari andando ad abitare in un’elegante casa in via Mazzini, di fronte al lato delle carceri. Andrea rimase coi genitori sino a sedici anni e nel 1883 prese il piroscafo e si presentò alla scuola militare di Roma. Dopo un paio d’anni di corso fu assegnato al 25mo Reggimento “Bergamo”, che, a discapito del nome, aveva sede alla caserma “La Marmora” in piazza Castello. Andrea poté dunque tornare a vivere a casa dai suoi. Divenne tenente di fanteria ed era destinato a una carriera ad alti livelli, ma si ammalò e nel maggio del 1889 esalò l’ultimo respiro nel suo letto di via Mazzini. I genitori affranti commissionarono a Sartorio una sontuosa statua per ricordarlo e fu una delle prime opere dell’artista in Sardegna. A giudicare dalla solennità della tomba, forse contribuì alle spese anche l’esercito. Mamma Lorenza, però, volle che suo figlio, al di là degli onori militari, rimanesse il suo bambino per l’eternità. Lei lo chiamava “Andreino” e quello fu il nome scritto affettuosamente sull’epitaffio. Se lo incontrate al cimitero monumentale, non spaventatevi, Andreino Guidetti è solo un ragazzo di 22 anni. Oggi riposa solitario perché i genitori, alcuni anni dopo la sua morte, andarono per sempre via da Sassari, non sapendo che con la loro triste storia avrebbero lasciato una delle più intense sculture di cui la città ancora dispone da oltre 130 anni.

* Un ringraziamento va agli uffici di Stato Civile di Sassari e di Tempio che mi hanno aiutato. *


LE FARFALLE DI BIANCA

"Sentii nitidamente un calpestio ritmico nel viale ovattato, come se qualcuno saltellasse sull’erba. Scorsi poco lontano una bimba sola, aveva i fiocchi che le tenevano i capelli, talmente piccola che mi stupii che la brezza non la portasse via. Muoveva le manine nell’aria concentrandosi su qualcosa che non capivo. Mi avvicinai lentamente per non spaventarla e dopo essermi poggiato ad un muretto le chiesi cosa stesse facendo. Smise di balzellare e mi rispose “Accarezzo le farfalle!”, ma io non vedevo nessuna farfalla attorno a lei. Rimasi ad osservarla, poi andai via senza interrompere il suo gioco, ma a sorpresa si mise a trotterellare e mi raggiunse. Mi arrivava poco più su del ginocchio e guardandomi seria mi chiese “Signore, io sono morta?”. Mi lasciò senza parole. Fu lei stessa a concludere il suo pensiero, dicendomi “Io non cresco mai… sono sempre piccolina!”. Fuggì via coi suoi passettini rapidi e riprese a saltellare, come se niente fosse successo, ma stavolta mi concentrai, socchiusi gli occhi, e per un istante riuscii anche io a vedere le farfalle attorno a lei. Poi svanirono, le farfalle e la piccola Bianca Maria, ed andai via."

Bianca Maria Boeri nacque a Sassari alle 10 del mattino del 2 dicembre 1907, nelle sale nobili del maestoso palazzo in via Cavour al cui piano terra oggi conosciamo la pizzeria “Il Quirinale”. Suo papà, il piemontese Adolfo Boeri, aveva già 50 anni ed era il rispettato maggiore di fanteria della Brigata Abruzzi, all’epoca di stanza alla vicina caserma di piazza Castello. Fu lui, felice ed in uniforme, a recarsi a passo svelto in Comune per registrarne la nascita, dandole anche un terzo nome, Diodata. La mamma era invece la giovane benestante Giovanna Delitala che immaginava per la bimba una vita agiata e felice. Nulla può però opporsi ai capricci del destino ed alle 5 del caldo pomeriggio di sabato 9 luglio 1910, mentre la città sbuffava, Bianca Maria respirava debolmente per l’ultima volta nel suo lettino di via Cavour, circondata dalle lacrime. Lasciava anche un fratellino appena più grande, Carlo; lui visse quasi 80 anni. Per ricordarla, il papà e la mamma vollero una statua a sua misura che ne impreziosisce la tomba al cimitero monumentale di Sassari. L’epitaffio, segnato dal tempo, ma carico d’amore, recita ancora “Sbocciavi appena e fosti dal destino reciso, nostro caro delicato fiore”. Se volete, potete trovarla lì, la bimba che da oltre un secolo ha sempre due anni e mezzo. 

*** Grazie ai dipendenti dell’Anagrafe Comunale, a quelli della Conservatoria ed all’amico Alessandro Sirigu per avermi aiutato a scavare nel passato. ***

RIUNIONE DI FAMIGLIA

«Mamma, sei tornata!», una vocina ruppe la quiete.

Mi fermai incuriosito, nascondendomi dietro un albero.

«Mi siete mancati!», diceva una giovane donna vestita di nero ai bambini che le correvano incontro.

«Eri andata via perché ti ho fatto arrabbiare?», chiese con gli occhi lucidi una delle femminucce.

«Non dire questo! Non ero arrabbiata con voi», rispose la donna.

«Babbo, hai visto? Mamma è tornata!», un maschietto si girò incredulo verso un signore in disparte che teneva un neonato in braccio.

«È tornata…», confermò l’uomo scoppiando a piangere e la raggiunse. Le porse il neonato, che la donna col viso rigato di lacrime strinse al petto. Lo cullò.

«Abbracciatemi fortissimo!», disse lei abbassandosi. La nidiata le saltò al collo coprendola di coccole. Qualcuno le piangeva in grembo, uno le accarezzava il viso. Il signore, in ginocchio, le baciava una mano senza lasciargliela.

«Non andartene più, ti prego», ripeteva lui.

Dopo qualche minuto, si presero tutti per mano e s'incamminarono verso il fondo del viale.

«Mamma, ti devo raccontare tante cose», diceva uno.

«Anche io, anche io!», aggiungeva un’altra.

Sparirono felici tra gli alberi. Tornò il silenzio e andai via.

Carmela Baiardo nacque a Sassari nel 1885, figlia di un facoltoso imprenditore di stoffe arrivato da Castelsardo. Sposò il signor Agostino Diana, dieci anni più grande di lei, il quale aveva anch’egli un negozio di tessuti. La gioia della nutrita famiglia Diana-Baiardo cessò improvvisamente venti giorni dopo la nascita del piccolo Aldo, il sesto figlio. Infatti, la notte del 30 novembre 1919, Carmelina, come la chiamavano tutti, salutò con un filo di voce le sue creature e si spense nel letto a 34 anni. A nulla valsero gli sforzi del ginecologo Attilio Gentili che aveva cercato di curare le complicanze del parto. Aldo, causa innocente della morte, non conobbe mai la mamma. Alle dieci del mattino dell’indomani, un mesto corteo partì dal palazzo di via Turritana 15, dove la donna abitava. Il marito, la madre e la suocera commissionarono una statua per ricordarla. L’opera richiese ad Antonio Usai oltre un anno di lavoro. Carmelina giace esanime, sorretta proprio da signor Agostino, mentre Gaetano piange alla sua destra. Jolanda, Concetta e Maria le stanno a sinistra insieme a Gigi. Il piccolo Aldo è ancora al petto. La povera Carmelina non poteva sapere che la sua statua al cimitero monumentale l’avrebbe resa immortale, commuovendo generazioni di concittadini. Un secolo dopo è ancora il simbolo delle madri sassaresi, ricche o povere, che hanno dovuto lasciare i propri figli per sempre.


Un grazie speciale va ai dipendenti dell'Anagrafe, oltre ad Alessandro Sirigu per il contributo.


GIOCANDO A NASCONDINO


"L’altro giorno, passando per un vialetto secondario, ho sentito un calpestio ed un rumore di foglie che si muovevano. Girandomi di scatto, ho scorto la faccina di una bimba che, spiandomi da un muretto, rideva con i dentini che luccicavano. Indossava un abitino di ottima fattura, bianco con gli sbuffi, che la faceva sembrare un confettino. “Ti piace? È il vestito nuovo, era in negozio di papà!”. “È bellissimo, Ada!”, ho risposto, per poi chiederle per quale motivo fosse nascosta. “Stiamo giocando!” ed in quel momento altre due bambine poco più grandi ci hanno raggiunto. Ora saltellavano tutte. “Chiudi gli occhi e conta!”, e io l’ho fatto, scandendo. Quando ho finito, attorno a me c’era solo il silenzio del viale. “Spero mia figlia non le abbia dato fastidio”, una voce alle mie spalle mi fa sussultare. Un uomo distinto con un bel cappello ed i baffi sottili ci controllava nell’ombra fin dall’inizio. “Scherza? Non si preoccupi, è adorabile!”. Dopo qualche secondo mi confida “Ho dovuto aspettare più di trent’anni per rivederla ed ora non devo più perderla!”. Faccio un passo e gli porgo la mano. “Non si preoccupi, niente gliela porterà più via!”. “Ne è certo?”, mi chiede. “Ne sono certo, signor Giuseppe!”. Ada è poi sbucata dal niente, correndo ad abbracciargli le gambe. Mentre andavano via insieme, lei si è girata e mi ha fatto un gesto con la manina. “Ciao Ada! Alla prossima!”, le ho risposto a voce alta da lontano."

La piccola Ada Melis è morta a Sassari nel 1910. Aveva 4 anni. Sua mamma era signora Maddalena Carta mentre il papà era Giuseppe Melis, un importante grossista di tessuti e titolare di un esclusivo negozio di abbigliamento al corso Vittorio Emanuele, in cui ogni dipendente, compresi i garzoni, vestiva in abito. Giuseppe e Maddalena morirono anziani negli anni ‘40. Ada aveva tre fratelli e tre sorelline, lei era la più piccola. Due sorelle, Fanny e Iole, quando lei morì, avevano 12 e 10 anni. Loro però ne vissero 98 e 86, senza mai dimenticarla. Da alcuni decenni riposano al suo fianco e sono tornate bambine anche loro per riprendere a giocare da dove avevano lasciato. Se volete, potete trovare Ada al cimitero monumentale, ma non c’è bisogno di cercarla, sarà lei a farsi trovare.

*** Un ringraziamento al prof. Guido Melis che ha confermato le mie ricerche ed il cui nonno, Salvino Melis, era il fratello maggiore di Ada. ***


CONVERSANDO CON HELLEN

"Quando vado a trovarla, io ed Ellen facciamo sempre lo stesso tragitto, ma gli argomenti, accompagnati del suono ovattato dei nostri passi, non sono invece mai ripetitivi. Non vi è volta in cui lei non mi stupisca per l’apertura mentale e la sconfinata intelligenza. Agita le mani affusolate per dare maggiore enfasi alle storie che mi racconta sulle persone che ha conosciuto. Quasi mi vergogno che lei sappia della Sardegna più di me ed adoro come pronuncia il nome della nostra città con un morbido accento inglese ed il sorriso perenne. Al ritorno, percorriamo il viale a passo tranquillo e torniamo davanti alla sua tomba entro le 8 della sera, lei non si trattiene oltre quell’ora. “Alla prossima, signor Marco” mi dice; io faccio qualche passo ed attendo nell’ombra che lei si riaddormenti. Sapendomi lì che rimango ad osservarla nel suo ricercato vestito di inizio secolo, lei chiude gli occhi e non ha paura. Quando tutto tace, mi volto e vado via. “Riposa serena, Ellen”, rispondo."

Ellen nacque a Filadelfia nel 1874. Laureata e brillante, nonostante la ricchezza di famiglia, decise di dedicare la sua vita alla scoperta del mondo. Arrivata con la madre nella sperduta Sardegna nel 1906, descriveva su riviste americane le usanze dei paesini che girava da sola a cavallo, coraggiosa ed un pizzico incosciente. Colpiva tutti per il suo carattere aperto, ma era anche una delle poche donne a Sassari a possedere una pistola, che era andata a comprarsi all’armeria dal signor Giovanni Antonio Codias. A chi le chiedesse il suo lavoro, rispondeva ironicamente “l’esploratrice”. Abitava in affitto in un elegante mezzanino in via Roma e lì, nel gennaio del 1914, una persona si introdusse nelle sue stanze e le sparò nel petto. Le indagini furono superficiali. “Suicidio”, l’assurda conclusione; meglio un’americana morta che, forse, il poco segreto e benestante amante sassarese in cella. Fu sepolta al limitare del cimitero monumentale e per sotterrare con lei anche la sua vicenda fu decisa una gelida lapide senza riferimenti né date, solo il nome isolato: “ELLEN GILES”. Aveva 40 anni e la sua vita si spezzò nel silenzio della nostra città di provincia. Erano le 8 della sera.

*** Si ringraziando gli studiosi Pintus, Cugia e Merella che hanno scoperto la vicenda per primi nel libro "Il caso Giles" (foto di copertina) ***


LA TORRETTA NEL PARCO


"Percorsi il sentiero tra la vegetazione, immerso in un silenzio interrotto solo dal crepitio dei miei passi. Tra lecci e frondosi carrubi, arrivai alla torretta, che mi accolse imponente mentre si specchiava nell’acqua della vasca che le si trova davanti. La porticina d’ingresso era aperta. L’avevo sempre trovata chiusa. Scricchiolò appena ed entrai. Salii i due piani che mi portarono alla piccola terrazza panoramica dalla quale si ammirava il parco di Monserrato in tutta la sua estensione. A un paio di passi da me il Barone Giordano fumava un sigaro ed osservava il panorama, incurante della mia presenza. Girò il capo e mi fissò per un tempo inquietante. “Il fatto che io sia morto non significa che non possa essere qui”, fu la sua risposta ad una domanda che io avevo solo pensato. “Si goda la vista e quando va via chiuda la porta”. Non mi disse altro, e mi lasciò lì. Si udirono i passi lenti mentre scendeva le scale. Poi si interruppero e calò il silenzio. Aspettai, ma non lo vidi uscire dalla porta della torretta. Pensai di essere impazzito. All’improvviso, notai in lontananza un elegante signore baffuto che dal viale degli aranci gesticolava verso di me. Era il Barone. Come fosse arrivato così distante in pochi secondi, mi rimane arcano. Un istante dopo non c’era più. Stava arrivando il tramonto. Andai via da solo."

Il parco di Monserrato appartenne al Barone Giuseppe Giordano che lo ereditò intorno al 1880 dal suocero Giovanni Antonio Sanna. Fu lui ad edificare la torretta e le varie vasche del parco, nel tentativo di dotare Sassari di un'elegante tenuta, come quella di Boboli a Firenze*

ANGELINA STA ASPETTANDO

"Uscendo, se passo per il viale centrale, a volte trovo Angelina in piedi, all’ombra di un pioppo. Non l’ho mai incontrata in posti differenti, sta sempre lì, a pochi passi dalla sua tomba, sperando di non essere vista. Si vergogna di essere una giovane donna che aspetta da sola e per lo stesso motivo ha pudore di salutarmi, quindi, ogni volta, lo faccio io per primo. Le chiedo come sta e mi informo sul suo neonato e lei mi risponde “Oggi finalmente dovrebbero portarmelo... ieri non sono venuti!” e le si illuminano gli occhi. In realtà, io so che non c’è nessuno che glielo porterà, ma non glielo dico, rispondo sempre “Davvero? Allora starà per arrivare!”. Ogni tanto le faccio anche i complimenti, perché la trovo carina, le dico “Angelina, per lei gli anni non passano mai!” ed arrossisce. La saluto e la lascio nell’ombra, col suo elegante vestito nero che la fa sembrare più grande della sua età, certo che la ritroverò."

Angelina Vai, sposata Lelli, figlia di piemontesi trasferitisi a Sassari, è morta di parto a 24 anni nel 1888. È da allora che aspetta.




*** Queste ricerche storiche hanno richiesto impegno e tempo. Per scopi divulgativi si può riprodurne in parte il testo, citando obbligatoriamente me ed il mio blog come fonte (anche qualora ne cambiassi le parole utilizzandone però le informazioni). Per scopi commerciali (libri, pubblicazioni etc.) è necessario chiedermi preventivamente il permesso a sassariantica@gmail.com - Grazie per la lettura. ***